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Gigi Meroni, morte di un artista del calcio

Meroni.jpgIl 15 ottobre 1967, a poche ore dalla partita tra Torino e Sampdoria, nel corso della quale aveva sciorinato una prestazione entusiasmante, moriva Gigi Meroni, nuovo eroe di una tifoseria granata sempre alla caccia di qualche simbolo cui aggrapparsi al fine di poter dimenticare la tragedia che poco meno di vent'anni prima aveva portato alla scomparsa del Grande Torino. La disgrazia si verificò intorno alle 21 quando l'estrosa ala granata, appena scesa in strada con l'amico Poletti, venne centrata in pieno da una macchina che lo sbalzò dall'altra parte della carreggiata, proprio mentre stava sopraggiungendo un'altra vettura. Sull'asfalto torinese rimasero il talento di un giocatore eccezionale e la straordinaria umanità di un uomo che costituiva una grande e a volte incomprensibile eccezione in un mondo chiuso nella sua autoreferenzialità, come quello del calcio italiano. Il dolore che colse ancora una volta l'ambiente granata, divenne ben presto un filo con i tragici avvenimenti di diciotto anni prima. E il filo tra la morte di Meroni e la tragedia di Superga fu il leit motiv sul quale batterono tutti gli organi di stampa nei servizi sulla scomparsa del fantasista granata. Come fece del resto Alfredo Toniolo, il quale scrisse queste commosse righe sul funerale di Meroni: "Ferruccio Novo, presidente onorario, se ne stava muto in disparte come se gli bastasse discorrere con sè stesso; e Superga era là, diciotto anni dopo, a rinnovare un dolore che diciotto anni non erano bastati a lenire." Purtroppo per il Torino, il dolore era diventato un compagno di strada abituale. La morte di Meroni andava a toccare in maniera profonda tutto l'ambiente del calcio, non soltanto quello granata, in quanto il personaggio Meroni era stato negli anni precedenti spesso oggetto di furibonde polemiche e discussioni, inevitabili in un mondo come quello del nostro calcio, chiuso in un provincialismo culturale che vedeva con fastidio le eccezioni. In un'epoca in cui i giocatori facevano di tutto per conformarsi a schemi di assolutà normalità, Meroni adoperò invece il suo talento per distinguersi dai colleghi, sia nel modo di vestirsi che in quello di porgere una personalità che era molto più in sintonia con ciò che avveniva nella società che col conservatorismo del mondo calcistico. I capelli lunghi e l'anticonformismo che lo spinsero ad andare a passeggio per Torino con una gallina al guinzaglio, non potevano che provocare una reazione di rigetto in un momento in cui la società italiana era scossa dai fermenti provenienti dalla Swingin' London dei Beatles e dalla contestazione giovanile che nell'anno successivo sarebbe sfociata nel 68. Meroni fu un pò il Best italiano, l'uomo capace di uscire dagli schemi di un calcio dedito soltanto alla produzione di atleti chiusi nel loro piccolo mondo e incapaci di aprirsi a quello che gli girava intorno. Soltanto la sua morte mise d'accordo tutti, coloro che lo avevano amato e quelli, probabilmente la maggioranza, che lo avevano criticato senza sosta. Tra i primi, non può non essere annoverato Aldo Agroppi, che così volle ricordare l'assurdo ostracismo che alcuni settori del mondo calcistico avevano riservato a Meroni: "Voglio ricordare che l'unico vero libero del calcio italiano fu proprio GIGI. Non fu nè ribelle, nè beat, fu semplicemente un uomo libero e giusto. Fui difensore di Meroni in vita, figurarsi se non lo sono oggi."

Meroni, dopo gli anni della formazione trascorsi nelle giovanili del Como e il precoce esordio in prima squadra tra i lariani, si era rivelato nel Genoa ove, con le sue discese sulla fascia e le sue serpentine capaci di ubriacare le difese avversarie, aveva ben presto fatto convergere sulla sua persona le attenzioni degli osservatori dei maggiori clubs. L'aveva spuntata il Torino di Orfeo Pianelli, poichè il presidente granata si era immediatamente convinto delle capacità di quello che si era presto rivelato per un vero artista del calcio e aveva chiuso in breve tempo la trattativa. Arrivato sotto la Mole, il giovane Meroni era subito diventato l'idolo della tifoseria granata, quella stessa tifoseria che proprio su di lui aveva appuntato le speranze per un futuro che potesse almeno avvicinarsi agli splendori del Grande Torino. E quando sulla stampa erano cominciate a comparire le notizie di un suo possibile passaggio alla Juventus, concordato tra Pianelli e Agnelli, la reazione furibonda della tifoseria aveva consigliato il presidente a tornare sui suoi passi, spingendo Agnelli a stracciare il contratto già firmato. E si era trattata di una vera fortuna per il Toro, vista la ulteriore crescita tecnica dell'estroso attaccante.

Il lutto che andava ancora una volta a colpire la Torino granata, spinse il Torino a reagire all'ennesimo terribile colpo inferto dal destino, in maniera veramente straordinaria. Nella domenica successiva infatti, il furibondo undici granata demolì la Juventus nella prima stracittadina stagionale con un eloquente 4-0 che vide come principale protagonista proprio quello che era stato un carissimo amico di Meroni, Nestor Combin. Combin, era stato l'ultimo a salutare la salma di Meroni promettendo che la domenica successiva avrebbe giocato anche per lui. Quella che in un primo momento era sembrata una semplice frase di circostanza, si rivelò invece una promessa onorata, tanche che l'argentino segnò una tripletta che tramortì la Juventus e fornì il pallone del 4-0 a Carelli, proprio colui che giocava con la maglia del povero Meroni e che mai avrebbe voluto farlo. Purtroppo neanche una vittoria così sonante poteva restituire il sorriso alla tifoseria granata, ripiombata di colpo nell'atmosfera di tristezza che aveva fatto seguito quasi venti anni prima al disastro in cui erano periti i ragazzi del Grande Torino.

 

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