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Ormai è ufficiale: l’Italia non ha alcuna speranza. Quale speranza può avere infatti un paese ove esiste una classe dirigente come quella che purtroppo assilla ormai da decenni la penisola? Una classe dirigente che esprime un Parlamento fatto di nominati e non da eletti, ove ogni giorno viene rivalutato il vecchio ed onesto mercato delle vacche? Per non parlare di quei settori confindustriali che per anni hanno fatto finta di non vedere quanto stava succedendo, con il dissesto dei conti pubblici e le regole di mercato continuamente calpestate da spezzoni di imprenditoria che si erano impadronite delle leve statali per poter riscrivere le regole in modo da stroncare ogni possibile anelito di concorrenza in settori vitali non solo per l’economia, ma anche per il normale svolgimento della vita democratica del paese. Quanto sta succedendo in questi giorni, è ancora una volta drammaticamente evidente e basta andare a rileggere gli avvenimenti di ieri, nel corso della grande manifestazione organizzata dal movimento degli Indignati a Roma per protestare contro quello che si sta configurando come un vero e proprio scippo del loro futuro da parte del mondo finanziario internazionale. Era sin troppo facile, infatti, prevedere che ancora una volta la protesta pacifica sarebbe stata strumentalizzata da frange di violenti, più o meno eterodirette, e approntare perciò le necessarie contromisure atte a garantire ai ragazzi che protestavano nei modi e limiti consentiti di poterlo fare tranquillamente e liberamente. Invece, ancora una volta si è ripresentata una situazione simile a quella di Genova 2001, quando i Black Bloc furono lasciati liberi di distruggere la città, mentre i manifestanti pacifici venivano sottoposti a quella che giustamente fu definita “macelleria messicana” da parte di forze dell’ordine cui erano chiaramente state date disposizioni in tal senso. Il tutto avveniva mentre nella stragrande maggioranza delle piazze mondiali interessate in concomitanza dall’evento, non succedeva assolutamente nulla che potesse turbare l’ordine pubblico. Ancora una volta, l’Italia si conferma così paese a sovranità limitata, ove i diritti costituzionali diventano impossibili da praticare nella loro pienezza e dove la democrazia viene sequestrata da gruppi di potere e dai loro manutengoli annidati nelle istituzioni politiche ed economiche, che usano tutte le leve possibili per stravolgere la realtà dei fatti. E calpestare addirittura la carta costituzionale, non solo nella parte che garantisce la libertà di manifestare, diritto che in Italia sta diventando sempre più difficile da praticare, ma anche nelle regole chiave che dovrebbero tutelare la massima trasparenza possibile a tutti i livelli. Come si può continuare a tacere infatti, di fronte ad una vicenda come quella di un Ministro, quello dell’Agricoltura, nominato con riserva dal Presidente della Repubblica? Non si riesce infatti a comprendere, pur con la massima buona volontà, quale parte del dettato costituzionale venga osservata nella nomina “con riserva” di un Ministro. Il tutto senza che nessuno o quasi, alzi la sua voce nella denuncia di una chiara distorsione della carta che dovrebbe tutelare il dispiegamento effettivo della democrazia nel nostro paese. E qui torniamo al discorso di partenza, quello riguardante le classi dirigenti. Che in Italia, non esistono o se esistono, non fanno nulla per esercitare la loro funzione in maniera decorosa. Lo si vede chiaramente a livello politico, ove il conflitto non è più tra destra e sinistra, ma tra bande che cercano solo di piegare gli interessi collettivi a loro vantaggio. Siamo cioè di fronte al logico evolversi di una situazione che era ben chiara già nel 2008, quando i due contendenti, Berlusconi e Veltroni, potevano dire, senza essere sbertucciati dal compiacente sistema informativo, che i loro programmi erano eguali (tanto da rinfacciarsi vicendevolmente il copia e incolla), ma che era la loro persona a garantirne la migliore applicazione. Oggi, infatti, tra centrodestra e centrosinistra, in Parlamento, non c’è alcuna differenza di programma e lo si può capire dalla mancanza di proposte alternative da parte del leader in pectore del PD, Bersani. Se domani Berlusconi cadesse, le stesse politiche che vengono oggi rimproverate alla destra sarebbero portate avanti dalla controparte, con pochissime e non sostanziali modifiche. Basti del resto vedere il fastidio con cui nel PD si guarda alla Patrimoniale sulle grandi ricchezze proposta dalla CGIL. Insomma, siamo di fronte ad una di quelle situazioni che una volta sarebbero state definite gravi, ma non serie. Di fronte ad una situazione di questo genere, non resta che augurarsi un completo ricambio generazionale, che spazzi via tutti coloro che fanno da freno al cambiamento di un paese che sarebbe ora si decidesse a diventare normale. Prima che sia troppo tardi.