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Nella discussione che riguarda il varo della legge che dovrebbe andare a riformare il mercato del lavoro nel nostro paese, continua ad essere presente un convitato di pietra che qualcuno vorrebbe portare all'interno della stessa: si tratta del "famigerato" articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che secondo i suoi detrattori impedirebbe di assumere e sconsiglierebbe i capitali esteri dall'arrivare in Italia per dare lavoro e produrre ricchezza. Ma è veramente così o, come al solito, stiamo assistendo alla ennesima commedia degli equivoci in cui sono specializzate le classi dirigenti del nostro paese? Probabilmente la seconda ipotesi è la più plausibile. E' infatti molto improbabile che un imprenditore straniero vada ad occuparsi delle leggi che regolano le assunzioni in Italia senza prima aver fatto una attenta disamina di problemi ben più pressanti come la farraginosità della burocrazia, la mancanza di infrastrutture adeguate o la presenza di una criminalità organizzata che non ha eguali al mondo. Per non parlare della corruzione endemica che caratterizza il nostro paese, con conseguente alterazione di normali rapporti produttivi e mercato. Altro che articolo 18 che, del resto, ormai riguarda solo una minoranza dei lavoratori italiani, vista la struttura produttiva di un paese ove predomina largamente la piccola impresa sotto i 15 dipendenti, nella quale lo Statuto dei Lavoratori non si applica. E di fronte a questi dati, fa sinceramente pena il tentativo del mondo confindustriale di addossare ad un istituto di civiltà colpe che stanno da tutte altre parti. A meno che, non si voglia far fallire in partenza un tentativo di mettere mano a rapporti lavorativi che in questi ultimi decenni hanno trasformato l'Italia in un girone dantesco per lavoratori sottopagati e precarizzati all'estremo. La situazione del mercato del lavoro in Italia, infatti, contrariamente a quanto si dice, non è sbilanciata dalla parte dei lavoratori, sempre più rinchiusi nella logica del tempo determinato e delle forme contrattuali capestro inventate con la scusa della flessibilità, bensì dalla parte dei datori di lavoro, che hanno usato le decine e decine di forme contrattuali varate in questi anni per sferrare una offensiva selvaggia ai diritti di chi lavora, con la sostanziale complicità di un mondo politico che non conosce le problematiche legate al lavoro, non avendo mai fatto parte di quel mondo. Del resto, come diceva Andreotti, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.