Blog su musica, cinema, sport, attualità e molto altro
Insomma, alla fine la montagna ha partorito il più classico dei topolini. Mi riferisco alla riforma del mercato del lavoro che sta per essere licenziata dal governo dei Professori e presentata con grande enfasi nei giorni passati da Mario Monti ed Elsa Fornero. Dopo aver parlato di modello tedesco, di ammortizzatori sociali da rendere universali, di precarietà da ridurre al minimo e di molte altre belle cose, alla fine il tutto si riduce alla ridefinizione dell’articolo 18, una riscrittura che riduce la sua applicazione ai soli licenziamenti discriminatori, togliendo dal lotto quelli che traggono origine da motivi economici. Considerando che, almeno stando a quanto dichiarato da Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi, nel nostro paese il reintegro per articolo 18 riguarda circa una cinquantina di persone all’anno, viene da domandarsi se valeva la pena stare a sentire questi professori disquisire del sesso degli angeli, mentre il paese va letteralmente alla deriva, zavorrato da una crisi sociale senza precedenti e dovuta non alla crisi internazionale, come qualcuno tenta di farci credere, ma ad una serie di scelte assurdamente sbagliate che vengono confermate e rafforzate da questo attacco a quello che al massimo può essere considerato un simbolo, l’articolo 18, appunto.
Insomma, in un paese ove i salari e le pensioni sono da fame, nel quale il potere di acquisto delle famiglie negli ultimi anni si è praticamente azzerato, ove trovare un lavoro è diventata una impresa da paragonare ad un sei al Superenalotto e trovarlo a tempo indeterminato equivale a chiedere alla Mussolini di stare zitta un nanosecondo senza sbraitare, che ha una disoccupazione giovanile e femminile su livelli da vera vergogna nazionale, finalmente il governo italiano potrà portare lo scalpo dell’articolo 18 alla Bce, perché questa è la ratio della riforma. Immaginiamo le manifestazioni di giubilo dei disoccupati italiani, tutti in spasmodica attesa di poter avere un lavoro che, dall’attuazione della riforma, avrà una sola sicurezza: si può essere licenziati in men che non si dica, l’importante è non essere discriminati perché comunisti, zingari, gay o ebrei. Non vorremmo urtare la suscettibilità di qualcuno, ma sembra proprio che il lavoro in Italia si avvii verso un bel modello tipo lager, con l’unico vantaggio che se sussiste il motivo economico, invece di mandarti nelle camere a gas, ti mandano ad ammazzarti da solo sotto un ponte. Meraviglioso!!! Il tutto, con il solito concorso dei sindacati gialli, quelli che già si erano distinti nella vertenza Fiat, coi risultati che sappiamo e ansiosi di ripetere quello straordinario risultato ai danni dei loro rappresentati, e di quella parte del Partito Democratico che evidentemente si sente maggiormente a suo agio nei salotti buoni della finanza o nei consigli di amministrazione delle banche. Si pensava che l’Italia non fosse un paese per giovani e donne (peggio ancora se donne e giovani insieme), ma forse ci si deve ricredere: l’Italia non è un paese per lavoratori. Però, almeno ci si consenta di elaborare una richiesta, al mondo politico che continua a fare bella mostra di sé sul cadavere del paese: ripristinate la servitù della gleba, era molto più dignitosa del mostro che state creando in Parlamento.