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Un paese da cambiare

 

C’è una cosa apprezzabile, nella storiaccia sollevata dalla notizia della laurea conferita da una università privata albanese al Trota, il mitico figliolo del Bossi che, non contento di essere diventato famoso nel nostro paese per aver fallito per ben tre volte la maturità ed aver preso il relativo diploma solo previo rilascio dell’intera collezione dei punti del Dash da parte della mammina, ha deciso di continuare la sua rutilante saga aggiungendo capitoli di grandissimo pregio. Il primo dei quali, consiste nel fatto di aver preso la laurea in un solo anno. Avete capito bene: un solo anno, lui che per prendere il diploma ci ha messo qualche secolo. Non vogliamo pensare male e gliela diamo per buona, immaginando che nell’epoca successiva alla faticosa maturità, il povero Trota abbia maturato un quoziente di intelligenza rispetto al quale quello di Albert Einstein sembra relativo ad un bambino di due anni, e passiamo oltre. Noi, perché come dicevo sopra, c’è un aspetto apprezzabile in tutta la vicenda: in Albania sta succedendo un putiferio, relativo al fatto che in quel paese il sistema formativo superiore, è stato modellato da zelanti liberisti su trenta università private e sole dieci pubbliche. Col bel risultato che mentre i poveracci debbono praticamente flagellarsi, per poter arrivare ad una laurea in un affollatissimo ateneo pubblico, chi ha i soldi si iscrive al privato e prende la laurea in un anno, come il Bossi junior. Naturalmente il putiferio è scoppiato in Albania, perché noi, in Italia, lasciamo andare tutto nella massima tranquillità, sembra quasi che non sia successo nulla, anzi, vedrete che tra qualche anno i vertici della Lega ce li ritroveremo in televisione ad urlare contro il giustizialismo di chi pretenderebbe un minimo di pulizia in un paese che ormai è chiaramente il più corrotto del mondo.
A questa notizia, voglio però collegarne un'altra, capirete il perché solo alla fine. La notizia è quella che riguarda la decisione del governo di approntare incentivi per poter riportare in Italia gli oltre ventimila ricercatori che sono emigrati in questi anni, per trovare il modo di mettere a frutto gli studi fatti e la preparazione di cui sono portatori sani. Io non credo che saranno in molti ad aderire a questi incentivi, soprattutto se saranno solo di carattere economico. Queste persone, infatti, sono andate via proprio perché in Italia non esiste un sistema capace di valorizzare le competenze e le professionalità. Si preferisce dare i posti buoni ai Trota in servizio permanente effettivo, i figli del potente di turno. Ecco, se si vuole provare a riportare i ricercatori in Italia, con tutti i benefici che ne conseguirebbero per il paese, c’è un solo vero incentivo da offrirgli: cambiare l’Italia. Ma dubito che lo si voglia fare…

 

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