Il Casanova è probabilmente l'ultimo grande film di Federico Fellini. Che dà del celebre amatore una versione molto diversa da quella di solito propagandata dalle opere che ne hanno rievocato la figura.
Una gestazione lunghissima
Il Casanova, è il diciottesimo episodio della filmografia di Federico Fellini, forse il più grande dei registi mai espressi dal nostro cinema. Esso si basa su "Histoire de ma vie" e su "La storia della mia fuga dalle prigioni", di Giacomo Casanova e molti passaggi del film sono tratti in maniera fedele dai racconti autobiografici in questione. La sua gestazione fu lunghissima e andò oltre i canonici nove mesi che erano i tempi di lavorazione abituali per il Maestro. Inoltre le riprese furono interrotte a causa delle polemiche sorte sui costi ritenuti eccessivi, passando da Dino De Laurentis, alla Cineriz di Angelo Rizzoli e infine ad Angelo Grimaldi, il quale riuscì a imporre a Fellini la lingua inglese, ma dovette cedere sul luogo delle riprese, che fu fissato a Cinecittà, invece che a Londra, come desiderava il produttore.
La trama
La trama è incentrata sulla figura di Giacomo Casanova, interpretato da un irriconoscibile Donald Sutherland. Il quale, ormai vecchio e malandato bibliotecario in un castello boemo, rievoca la sua vita densa di amori e di avventure. Il film inizia e termina sul Canal Grande di Venezia, snodandosi attraverso Parigi, Parma, Londra, Dresda e Boemia, con una puntata al carcere dei Piombi, ove è ambientata una delle scene più suggestive, quella della fuga di Casanova sul tetto della prigione, con lo sfondo delle cupole di San Marco. Che è il prologo alle successive vicende di una vita brillante, che però, col passar del tempo vede progressivamente diminuire il suo fascino. A poco a poco, il successo di Casanova si appanna e si tramuta in una degradazione fisica e morale sempre più accentuata, sino all’epilogo in Boemia, che vede il Casanova esibito dal suo benefattore come un patetico fantasma del passato Le evoluzioni del celebre amatore, non possono non evocare nell’attonito spettatore un senso infinito di desolazione e di tristezza, una sorta di presa d’atto della vita, vista come una illusoria festa che si tramuta infine in una spettrale impostura. Quello che rimane della figura di Casanova, al termine della visione del film, non ha nulla a che vedere con il simbolo del Male che spesso viene disegnato dalle opere che ne ripercorrono le vicende, bensì una figura del tutto anacronistica, racchiusa nel suo tempo e che, trasportata fuori di esso, rischia di risultare una caricatura e nulla di più.