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Il cinema italiano, ancora oggi, è considerato uno dei movimenti di punta nel panorama cinematografico mondiale. Una fama ancora solida, nonostante la crisi di idee e produzioni che ormai da anni assilla lo stesso. E che è dovuta soprattutto alle grandi produzioni del Neorealismo degli anni ’50, quando registi come Rossellini, De Sica, Risi, Monicelli, Visconti ed altri fecero innamorare del cinema italiano milioni di appassionati in tutto il mondo. E questo avveniva, mentre nel nostro paese il potere politico cercava di ostacolare in tutti i modi un movimento che raccontava l’Italia non più con gli occhi della retorica, ma con lo sguardo disincantato di chi quelle vicende le conosceva bene per averle vissute e sapeva bene il carico di sofferenze che le aveva contrassegnate. Naturalmente, un paese appena uscito dal Ventennio e nel quale la situazione politica e sociale era resa particolare dalla impetuosa crescita elettorale del PCI, si divise nettamente. Da una parte i settori legati alla DC cercarono in tutti i modi di ostacolare il Neorealismo, facendo intendere che denigrava il paese e ne offriva una visione negativa verso l’esterno, dall’altro i settori progressisti si posero con tutta la loro forza dietro lo stesso, agevolando una ricostruzione della realtà in grado di sviscerare quanto era successo nella storia dei decenni intercorsi dall’Unità. Uno dei film che caratterizzarono in modo prepotente la cinematografia italiana del dopoguerra, fu “La Grande Guerra”, di Mario Monicelli, uscito nel 1959 e premiato col Leone d’Oro al Festival di Venezia. Accolto da recensioni superlative, ebbe grandissimo successo anche all’estero, mentre nel nostro paese fu ostacolato in tutti i modi, tanto da essere vietato ai minori di 18 anni.
La trama è caratterizzata dalle vicende di un gruppo di commilitoni sul fronte italiano, nel 1916. Nel microcosmo unito dalla guerra, spiccano in particolare il romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) e il milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman), uniti soprattutto dai tentativi spesso divertenti di sfuggire alle insidie di un conflitto che stentano a capire. Dopo aver eseguito l’addestramento, vengono ordinati come staffette portaordini, una mansione estremamente pericolosa, affidata loro, in maniera grottesca, in quanto ritenuti evidentemente l’anello debole della catena, i meno efficienti tra i soldati della loro compagnia. Quando sembra che per loro i pericoli siano lontani, arriva invece la svolta decisiva, in senso negativo, della storia. Addormentatisi in una stalla, a seguito di una repentina avanzata dell’esercito austriaco vengono a trovarsi in territorio nemico. Catturati con indosso cappotti austriaci, vengono accusati di spionaggio e condannati alla fucilazione. Dalla quale potrebbero salvarsi rivelando le informazioni che hanno. Quando hanno già deciso di rivelarle, un commento pieno di disprezzo di un ufficiale nemico provoca in Busacca un sussulto di dignità, che lo condanna alla fucilazione, subito seguito da Jacovacci, il quale fa finta di non sapere quello che invece sapeva il commilitone appena passato per le armi. Il fulcro della storia è rappresentato dalla denuncia della guerra, vista come un conflitto violento ed inutile, che passa sopra le teste di uomini schiacciati dagli ingranaggi della propaganda. E in effetti il finale della pellicola, con la fucilazione dei due protagonisti, al termine di una serie di vicende grottesche ed amare, esplicita nel modo più lampante il concetto.
A spiccare, è soprattutto il lavoro di ricostruzione storica, che porta ad una rappresentazione della Prima Guerra Mondiale totalmente depurata degli aspetti spesso tromboneschi privilegiati dalla retorica costruita in Italia, sia durante il regime fascista che nell’immediato secondo dopoguerra, quando bisognava trovare miti e riti capaci di unificare un paese che aveva appena dato luogo ad una guerra civile. Accoppiata alla denuncia delle inefficienze degli alti comandi, quelle stesse che avevano preparato la rotta di Caporetto e immolato decine di migliaia di militi, condannati dal pressappochismo di chi considerava gli stessi come semplice carne da macello. La battuta chiave del film è quella pronunciata dal Tenente Gallina (Romolo Valli), quando afferma che qualora l’Italia avesse vinto la guerra, sarebbe stata la dimostrazione dell’esistenza di un grande esercito. In un paese come l’Italia di quegli anni, in cui le strutture gerarchiche non erano ancora state investite dal vento del Sessantotto, era veramente troppo e infatti il film fu avversato per quanto possibile nel nostro paese. Con scarsi risultati, però, perché è impossibile fermare o nascondere un capolavoro.