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Il calcio italiano e gli oriundi, una storia infinita. Che parte dagli anni '20, quando la Federazione decise di sfruttare la carta dei discendenti di italiani per dare un ulteriore impulso al nostro movimento, in forte crescita, ma ancora in attesa di poter fare il definitivo salto di qualità per portarsi all'altezza delle squadre più forti. E poiché i campi del Sud America erano strapieni di giocatori di chiare origini italiane, la mossa sortì immediatamente i suoi effetti. Arrivarono in Italia, attratti dai lauti contratti che già all'epoca distinguevano il nostro calcio, fuoriclasse come Mumo Orsi, Libonatti, Luisito Monti, Cesarini, Fedullo, Guaita e tanti altri, alcuni dei quali ebbero un ruolo decisivo nella vittoria dei Mondiali del 1934. Che furono preceduti da una aspra polemica, dovuta al fatto che le federazioni di Brasile, Argentina ed Uruguay, timorose di vedere ulteriori defezioni verso la penisola,decisero di non partecipare alla kermesse iridata o di mandare una squadra composta da nomi minori. In effetti, l'azione delle società italiane, in quegli anni, aveva praticamente svuotato i vivai sudamericani, in quanto erano stati moltissimi coloro che attratti dalle lire italiane, avevano deciso di imbarcarsi per il Bel Paese, alla ricerca di quella fortuna che era stata negata ai loro avi. Naturalmente, non tutti coloro che arrivarono in Italia erano fuoriclasse, anzi, qualche bidone vero e proprio arrivò, intascò il premio di ingaggio e se ne tornò in patria con le tasche piene. E ci fu anche chi decise di scappare, come il grande Petrone o i romanisti Guaita, Scopelli e Stagnaro. Poi, vi fu anche la pagina dei tanti che non erano né bidoni, né campioni, spesso buonissimi giocatori che incontrarono più di una difficoltà a calarsi in una realtà diversa e difficile come la nostra. L'episodio più farsesco, riguardò un attaccante argentino, Provvidente, arrivato in Italia con un folto gruppo di connazionali, via mare. Quando la nave su cui avevano affrontato la traversata arrivò in Italia, i dirigenti di svariate squadre si presentarono per cercare di concludere quello che ritenevano un affare. In effetti, molti di quei giocatori erano stati ottimi atleti nel calcio di origine. E anche Provvidente era stato qualcuno nel calcio argentino dell'epoca. Attaccante molto dotato dal punto di vista fisico, si presentò dicendo che aveva segnato molte reti di testa, battendosi i pugni contro la stessa per rafforzare il concetto. Ed era vero, tanto che nel Boca Juniors era stato un asso e aveva segnato montagne di reti. Ma il calcio italiano era molto diverso da quello in cui era cresciuto e ben presto se ne accorsero lui e la Roma, che aveva proceduto al suo acquisto, insieme a Spitale,Campilongo e Pantò. La sua mole, molto pesante, lo rendeva estremamente lento e di conseguenza, per le munitissime difese italiane divenne un gioco da ragazzi fermarlo. Ben presto, l'iconoclasta pubblico romanista, che non si faceva pregare per affibbiare soprannomi terrificanti ai propri beniamini, si spazientì e quando nel corso di una partita, il povero Provvidente andò ad inzuccare una testa avversaria, al posto del pallone, stramazzando al suolo, la frittata era fatta. Vedendo infatti che il giocatore non si rialzava, ed anzi dava segni di forte sbandamento, dalle tribune si alzò il coro che segnò la fine della carriera italiana di Provvidente: Provolone - provolone. La Roma comunque non ci rimise, in quanto il suo sostituto era un certo Amedeo Amadei.
L'afflusso di oriundi, non si fermò neanche nel dopoguerra, anche se la mancanza di notizie dal Sudamerica, logica conseguenza degli anni di conflitto, favoriva le truffe più invereconde. E tante furono le società che caddero vittima di impresari di pochi scrupoli, che non si peritavano di mandare in Italia giocatori del tutto sconosciuti in patria, mischiandoli con altri ormai al termine della carriera. All'Inter, ancora ricordano con terrore i famosi bidoni acquistati nel 1946, Bovio, Zapirain, Cerioni, Pedemonte e Volpi. Alcuni di loro passarono più tempo sui tavoli da biliardo del capoluogo meneghino, che sui campi di calcio e quando alla fine della stagione tolsero il disturbo, ci mancò poco che non gli venisse srotolato il tappeto rosso per facilitarne il ritorno a casa. Poiché, però, nel frattempo era arrivata la vera e propria apertura delle frontiere, l’escamotage degli oriundi cominciò a perdere di intensità, salvo riprendere quando la Federazione decise di limitare a due il numero degli stessi. A quel punto, le società riaprirono decisamente la pista sudamericana, con risultati spesso eccezionali. In quegli anni, infatti, arrivarono tanti fuoriclasse come Ghiggia, Da Costa, Angelillo, Schiaffino, Lojacono ed altri, che furono presi di peso e trapiantati in una Nazionale che, dopo la tragedia del Grande Torino, stentava a tornare ai consueti livelli. Si arrivò così alla farsa del 1958, quando la nostra selezione fu sbattuta fuori dai Mondiali dall’Irlanda, nonostante fosse infarcita di argentini e uruguayani, tanto da suscitare i salaci commenti degli irlandesi, che comunque non si misero paura e buttarono fuori per la prima ed unica volta la nostra selezione. Questa seconda ondata, terminò nel 1966, all’indomani della ingloriosa sconfitta con i “ridolini” coreani a Middlesbrough, che spinse la Federazione a sbarrare le frontiere. Sarebbero passati tre lustri, prima che le stesse fossero riaperte. E anche gli oriundi dovettero aspettare a lungo, anche di più, per tornare a caratterizzare il nostro calcio. Il primo a tornare a vestire la maglia azzurra sarà Camoranesi, tra le polemiche di chi è ancora legato all’idea che una squadra nazionale dovrebbe essere composto soltanto da chi è nato o si è formato nel nostro paese. Giusta o sbagliata che sia, questa impostazione, continuerà a suscitare grandi polemiche, soprattutto in un momento storico come l’attuale, caratterizzato dai grandi movimenti migratori che sono uno dei portati storici della globalizzazione.