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Grande Torino per sempre

 

GrandeTorinoIl 4 maggio del 1949, nella più terribile sciagura del calcio mondiale, periva il Grande Torino, la squadra che sotto la guida di Ferruccio Novo era diventata negli anni del dopoguerra il miglior simbolo della ricostruzione in atto in italia dopo i disastri del Ventennio fascista, culminato nel conflitto fortemente voluto da Mussolini. Mentre tornava da una trasferta a Lisbona, organizzata per onorare l’addio al calcio giocato del portoghese Ferriera, l’aereo che stava portando i giocatori a casa, andò a terminare la sua corsa sul Muraglione di Superga, ponendo fine alla leggenda della più grande squadra mai apparsa sui campi italiani.
Erano le 17,05 quando avvenne il terribile schianto contro il muraglione esterno della Basilica e la notizia della sciagura fece rapidamente il giro del mondo destando lo stupefatto dolore di addetti ai lavori e non, tutti colpiti in maniera terribile dalla ferale notizia. Una notizia che coinvolgeva la comunità internazionale, se si pensa che insieme agli altri, erano periti due francesi, un inglese e un cecoslovacco. Alle ore 20, toccò al presidente federale Barassi il penoso compito di commemorare alla radio i giocatori scomparsi, senza peraltro riuscire a portare a termine il compito, causa la commozione che gli serrò la gola.
In quella che era la più grave sciagura mai occorsa sino ad allora nel calcio mondiale, morirono tutte le trentuno persone che costituivano la comitiva: i giocatori Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Emilio Bongiorni, Rubens Fadini, Eusebio Castigliano, Ruggero Grava, Guglielmo Gabetto, Ezio Loik, Franco Ossola, Virgilio Maroso, Julius Schubert, Mario Rigamonti, Giuseppe Grezar, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti e Pierino Operto, i dirigenti Rinaldo Agnisetta e Ippolito Civalleri, l'allenatore Leslie Lievesley e il direttore tecnico Anton Erbstein, il massaggiatore Ottavio Cortina, i giornalisti Renato Casalbore, Luigi Cavallero e Renato Tosatti, l'organizzatore Andrea Bonaiuti, oltre all'equipaggio composto dal capitano Pier Luigi Meroni, dal secondo pilota Cesare Biancardi, dal capo marconista Antonio Pangrazi e dal motorista Celeste D'Inca.

Tutta la città di Torino, senza distinzione di colori calcistici, si strinse attorno alle salme in maniera commossa, come del resto l'Italia, che proprio in Valentino e compagni, aveva visto uno dei simboli del ritorno del paese alla normalità dopo la fine del conflitto. La commozione con cui fu vissuta la tragedia del Grande Torino, era direttamente proporzionale alla gioia che la squadra aveva generosamente dispensato nel corso della sua parabola agonistica. Ancora una volta, fu Ottorino Barassi a rivolgere l'ultimo appello agli scomparsi, chiamando uno per uno i giocatori scomparsi e procedendo alla simbolica premiazione per la vittoria del quinto scudetto (che era stato assegnato su impulso unanime delle società di serie A). L’ultimo ad essere chiamato fu proprio Valentino Mazzola, in qualità di capitano, al quale Barassi si rivolse in questo modo: "Capitan Valentino questa è la Coppa, la quinta Coppa, sorridi. E' una coppa grande, la coppa del Torino. Guarda come è grande. E' tanto grande che non ne vedo nemmeno i contorni. E' grande come il mondo, perchè contiene il cuore di tutto il mondo. Senti questo cuore come freme, sentilo, ascoltalo Valentino. Questo grande cuore dice: Dio vi benedica..." 
Il 4 maggio del 1949, può essere considerato il giorno nero del calcio mondiale: per la prima volta, una intera squadra, e che squadra, scompariva simultaneamente per un incidente aereo. Ci sarebbero state altre tragedie come questa, ma nessuna colpì il mondo calcistico in analoga maniera. Basterebbe leggere le parole dell’Equipe, per comprendere il dolore unanime che unì il calcio mondiale: "Il lutto del calcio italiano è lutto mondiale e quasi a implacarne il carattere internazionale, il destino ha voluto che della tragica comitiva facessero parte due francesi, due ungheresi (Schubert era di origine ungherese, Ndr.) e un inglese." Il 15 maggio, dopo che per giorni era continuato l’afflusso commosso di migliaia e migliaia di persone alle tombe dei caduti, undici maglie granata sbucarono nuovamente dal sottopassaggio del Filadelfia, per giocare col Genoa, come preventivato dal calendario prima della tragedia. Ad indossarle, erano i ragazzi del vivaio, chiamati a concludere giocando contro i coetanei delle squadre avversarie, il torneo 1948-49, quello che andava a sigillare, nel modo più drammatico possibile, la leggenda del Grande Torino. Gli stessi ragazzi coi quali amava trascorrere molto del suo tempo Lievesley e che nel corso degli allenamenti studiavano i movimenti dei grandi, sperando un giorno di prenderne il posto: mai però avrebbero immaginato di farlo in modo così tragico.

Il sentimento dominante, durante e dopo i funerali, fu lo sbigottimento, tanto da spingere il Tifone giornale sportivo di Roma, a varare un titolo capace di rendere in maniera esemplare l'ondata di affetto che accompagnò i giocatori nel loro ultimo viaggio terreno: "Non credevamo di amarli tanto." Un affetto che non riguardò, ancora una volta, solo il nostro paese. L'ultima appendice della sciagura, infatti, fu la gara tra una squadra composta da molti dei migliori elementi del nostro calcio, il Torino Simbolo, e il River Plate. I dirigenti argentini infatti, non appena ebbero appresa la notizia della tremenda sciagura, decisero di testimoniare la loro vicinanza agli scomparsi e al Torino, mettendosi a disposizione per una amichevole a favore dei familiari delle vittime e senza pretendere una sola lira. Fu così sancita nel modo migliore la solidarietà internazionale verso una squadra e una città così duramente colpite. La partita del 26 maggio, finita 2-2, suggellò definitivamente la storia di una squadra che non sarebbe mai più uscita dal cuore degli Italiani.

 

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