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L’ultima parte del regime fascista, precipitò l’Italia in una guerra civile sanguinosissima, che vide sostenitori e avversari di Mussolini affrontarsi in un vero e proprio regolamento di conti atteso per anni da chi era stato costretto a rifugiarsi all’estero o aveva trascorso lunghi periodi di detenzione nelle galere fasciste.Una guerra civile, che ebbe riflessi, e non poteva che essere così, anche sul calcio italiano. Furono infatti molti i calciatori che decisero di non poter assistere senza fare nulla, in un momento in cui il disfacimento del regime mussoliniano veniva pagato a caro prezzo dalle popolazioni civili, strette nella tenaglia degli eserciti belligeranti. Soprattutto nella parte settentrionale del paese, ove si era installato il regime fantoccio di Salò, l'ultima parte della guerra arrivò ad assumere toni drammatici, caratterizzati dai sanguinosi rastrellamenti nazifascisti e i martellanti bombardamenti alleati, mentre dalle montagne cominciavano a scendere in pianura le formazioni partigiane. Nella atmosfera di disfacimento che stava portando alla fine della dittatura, si intrecciarono i destini di molti atleti e allenatori che avevano avuto spesso un ruolo di grande rilievo nelle domeniche spensierate che avevano accomunato gli italiani prima dello scoppio del conflitto. Ci fu chi decise di schierarsi apertamente contro il regime fascista e chi invece decise di non poter scindere le proprie personali fortune da quelle di chi aveva portato il paese ad una rovinosa guerra e alle Leggi Razziali, che avevano bollato l’Italia per i decenni a seguire. Naturalmente, ci fu anche la solita zona d'ombra, quella di chi non seppe decidersi per l'una o l'altra parte e alla quale, erroneamente furono anche ascritti uomini che la loro scelta l'avevano fatta, eccome.
Tra coloro che la propria scelta la avevano fatta, in maniera estremamente decisa, fu Vittorio Staccione. Nato il 9 aprile 1904, in una famiglia operaia di Torino, fu uno dei tanti ragazzi che, ad inizio secolo, si erano innamorati del nuovo sport appena arrivato dall'Inghilterra e avevano cominciato a popolare i prati della periferia dando luogo ad interminabili partite, cui non di rado, assistevano i talent scout delle maggiori società cittadine. Proprio nel corso di una di queste partite, Staccione era stato notato da uno dei più forti e popolari giocatori dell'epoca, Enrico Bachmann, il quale aveva deciso seduta stante di portarlo al Torino. Nella società granata, aveva iniziato la trafila dalle minori, che già in quel lasso di tempo costituivano un vero e proprio fiore all'occhiello per il sodalizio granata, bruciando le tappe. Il 3 febbraio 1924, arrivò l'esordio in prima squadra, nella partita contro l'Hellas Verona giocata nel quadro del campionato di Prima Divisione, la serie maggiore dell'epoca, in sostituzione di Aliberti e al fianco di un mostro sacro come Emilio Janni. Dopo aver collezionato due presenze in quel campionato, Staccione venne mandato dalla società alla Cremonese, per consentirgli di giocare con continuità e formarsi le ossa al fine di poter rientrare alla casa madre con il necessario bagaglio di esperienza che avrebbe potuto consentirgli una ulteriore evoluzione. Come in effetti avvenne, tanto che nel campionato 1925-26, il giovanotto riuscì a raggranellare 6 presenze, fungendo da riserva per Janni o Sperone. Le presenze aumentarono arrivando ad 11 nel campionato 1926-27, quello che sarebbe terminato con la clamorosa beffa della revoca del titolo conquistato dai granata, a seguito dello scandalo Allemandi. Le buone prestazioni di cui era stato capace, spinsero, la Fiorentina del marchese Ridolfi a mettere gli occhi su di lui, considerato il giocatore capace di apportare muscoli e fosforo in mediana. Il passaggio in viola si concretizzò proprio alla fine di quella stagione, aprendo una nuova fase nella carriera di Staccione, il quale divenne in breve un punto fermo della squadra toscana, tanto che nella stagione 1927-28, giocata dai viola in Prima Divisione, la cadetteria dell'epoca, le presenze furono 13 in 14 gare disputate. Nel campionato 1928-29, la Fiorentina si trovò a disputare la Divisione Nazionale, in un torneo che avrebbe dovuto portare alla formazione della successiva serie A a sedici squadre decisa dalla Federazione. Staccione giocò, sempre con ottimo rendimento, 27 partite su 30, ma la Fiorentina non riuscì ad evitare un inglorioso ultimo posto nel girone B che la condannò alla serie cadetta. Se le cose dal punto di vista sportivo, stavano prendendo una piega non esaltante, dal punto di vista affettivo andavano in tutta altra direzione, poichè nel corso di una delle vivaci serate offerte dalla città toscana, Staccione conobbe una bionda ragazza di Fiesole, Giulia Vannetti che di lì a poco sarebbe diventata sua moglie. Purtroppo, il destino era in agguato e, nel corso di un difficilissimo parto, la giovane "Fiammetta", come era stata affettuosamente ribattezzata, vide morire la bimba tanto desiderata. Inoltre il parto era stato talmente complicato che la stessa Giulia vide aggravarsi in breve tempo le sue condizioni di salute, a causa di di una serie di infezioni che la avrebbero portata di dì a poco alla prematura morte. Vittorio Staccione uscì psicologicamente a pezzi da questa tragedia, e il suo rendimento risentì in maniera decisa di quanto era successo, tanto da portare ad un rapido declino agonistico che lo aveva portato a calcare i campetti della serie C con la maglia del Cosenza. L'ultima stagione agonistica fu quella del 1934-35, nel corso della quale indossò la maglia del Savoia di Torre Annunziata, finita la quale avvenne il rientro a Torino, ove cominciò a lavorare da operaio in una lunga serie di lavori a termine che lo misero a conoscenza delle stentate condizioni di vita in cui il regime fascista teneva il proletariato italiano. Compreso il tremendo inganno perpetrato dal fascismo, Staccione decise di impegnarsi per cambiare le cose, tanto da maturare la sua convinta adesione all'antifascismo. I tentacoli del regime erano però in agguato, tanto che ben presto fu notato e schedato dall'OVRA, la polizia segreta fascista. Il pericolo ormai incombente, non lo fece però desistere dall'impegno contro un regime che aveva portato il paese in guerra e alla fame: il 13 marzo 1944, venne catturato insieme al fratello Francesco dalle SS, in Via San Donato e, dopo essere stato portato a Verona, fu internato nel campo di sterminio di Gusen-Mauthausen il 28 dello stesso mese. Etichettato come oppositore politico, gli fu tatuato sul braccio il numero di matricola 59160. Nel lager Vittorio Staccione riuscì a resistere un anno, nel corso del quale fu ripetutamente percosso dalle SS. Proprio nel corso di uno questi pestaggi, riportò una profonda ferita alla gamba destra che mal curata causò setticemia e cancrena e lo portò infine alla morte, proprio pochi giorni prima che le truppe alleate riuscissero a liberare il campo.