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Il calcio odierno, è caratterizzato da un giro di soldi impressionante. Che, a poco a poco, sta rendendo la vita impossibile a realtà che una volta avevano invece grande spazio, soprattutto nel calcio italiano. Stiamo parlando delle provinciali, quelle squadre che pur non avendo grandissimi bacini di utenza, una volta riuscivano a rendere agra la vita delle squadre metropolitane, tanto da far considerare il nostro massimo torneo, proprio per la loro presenza, il campionato più difficile del mondo. Basti pensare al Verona di Bagnoli o al Cagliari di Gigi Riva, capaci di segnare una intera epoca del nostro calcio, quella nella quale la provincia si batteva ad armi pari, o quasi, con le grandi tradizionali. Purtroppo, oggi quella fase del nostro calcio può diris conclusa o quasi. Se le provinciali continuano a battagliare come possono, è praticamente impossibile che una di esse possa ripetere quelle imprese. Non resta perciò che andare a rivedere le foto sempre più ingiallite di un calcio nel quale oltre ai soldi, contavano le idee. Un calcio travolto dalla sete di guadagno, che probabilmente non tornerà più.
La Pro Vercelli, è la squadra che ha simboleggiato al meglio, la famosa scuola piemontese del calcio pionieristico. Nata nel 1903, su impulso di Marcello Bertinetti, un liceale col pallino dello sport (oltre al calcio, avrebbe praticato ad alti livelli la scherma, diventando campione olimpico di spada e sciabola), la Pro Vercelli fa i suoi esordi in bianconero, i colori della Juventus, ma ben presto, per effetto del destino, manifestatosi sotto forma di un bucato sbagliato che stinge completamente il nero della maglia, assume quel bianco che la renderà celebre. Dopo gli esordi a Campo di Marte e in Piazza della Fiera, e il trasferimento su un campo attiguo al futuro Stadio Robbiano, ben presto arriva per Bertinetti e amici (Giuseppe Milano, Sessa, Rampini, Francesco e Alessandro Visconti, Francia, Berra, Servetto e Albertini) il momento di allargare il raggio di azione. La prima trasferta delle casacche bianche si verifica a Santhià, e la vittoria riportata è la prima di una lunga fila che ben presto alimenta un entusiasmo dirompente. La crescita tecnica della squadra è incontestabile e ben presto la fama della Pro Vercelli travalica i confini regionali. Sono ormai in molti ad affermare che i bianchi sono in grado di dare filo da torcere agli squadroni dell'epoca, a partire dal Genoa e, nel 1908, la Pro Vercelli ha l'occasione di confermare questo assunto, essendo chiamata a disputare il titolo italiano a Juventus, Andrea Doria e Milanese, mentre Milan, Genoa e Torino si rifiutano di partecipare a causa della decisione della federazione di escludere i giocatori stranieri. Pur decapitato, questo torneo è un primo valido banco di prova e i vercellesi non si lasciano sfuggire l'occasione per confermare tutto il buono che si dice di loro. Un pareggio e una vittoria contro la Juventus, La Milanese e l'Andrea Doria, consegnano a Bertinetti e compagni il primo titolo. Sin dagli esordi, si segnala la fortissima mediana composta da Ara, Milano e Leone, che ben presto si troverà trapiantata in Nazionale, ma non solo loro, poichè l'omogeneità della squadra è uno dei segreti della grande forza palesata sin dagli esordi. L'altra grande dote, spesso contestata dagli avversari, è il grande vigore, che spesso sconfina in un agonismo spinto all'eccesso, tanto che non di rado gli stessi finiscono le partite con qualche uomo di meno. Alle doti tecniche ed atletiche, va aggiunto un altro segreto che dà ulteriore slancio alla squadra, le doti umane che ne fanno una vera famiglia. Basta un episodio per capire l'atmosfera che regna nelle fila vercellesi: quando si viene a sapere che Rampini riceve un sigaro dal presidente Bozino per ogni rete segnata, scoppia un piccolo scandalo, che però rientra immediatamente quando si sa che lo stesso Rampini vende gli stessi sigari per aiutare il fratello del compagno di squadra Corna, gravemente ammalato e non in grado di pagarsi le spese mediche.
Dopo il primo titolo, ne arrivano altri quattro, a conferma della statura di una squadra che, ormai, in Italia, non ha eguali. Poi, però, arriva la Prima Guerra Mondiale ad interrompere l'attività e a segnare una netta cesura nella storia stessa del calcio vercellese. Si può dire finita la prima grande epoca del calcio vercellese, poichè alla ripresa i raggiunti limiti di età di alcuni elementi, impongono la ricostruzione della squadra dalle fondamenta, che però, è resa difficoltosa dalla sempre più agguerrita concorrenza che è la diretta conseguenza del successo sempre crescente dello sport calcistico nel nostro paese. Arrivano elementi nuovi, tra i quali si segnalano soprattutto il fortissimo centromediano Ardissone, gli attaccanti Rosso e Borello e il terzino Rosetta. Proprio questi, sin dagli esordi fa capire di quale stoffa sia fatto, imponendosi all'attenzione generale per una tecnica portentosa che, però, a volte sconfina nella leziosità. Quando anche la leziosità scompare, Rosetta è pronto per il gran salto e sarà la Juventus a giovarsi delle prestazioni di uno dei migliori difensori mai prodotti dal nostro calcio. Nel frattempo però, la Pro Vercelli ha rimesso in piedi una squadra in grado di rinverdire i fasti anteguerra, come testimoniano i due titoli vinti nel 1920-21 e nel 1921-22, forse ancor più rimarchevoli in quanto ormai il calcio sta abbandonando la dimensione artigianale per avviarsi verso un professionismo sempre più spinto. Inoltre, lo sport pedatorio non è più esclusivo appannaggio di Piemonte, Lombardia e Liguria, ma sta allargando sempre più il suo raggio di azione, conquistando in pratica tutta la penisola. Nuovi attori si affacciano al proscenio nazionale, a cominciare da quel Bologna che di lì a poco farà tremare il mondo e riuscire a mantenere alti livelli in un quadro di così profonda trasformazione è un vanto per Vercelli. Purtroppo, la mancanza di mezzi economici all'altezza comincia ad incidere pesantemente sui destini dei bianchi. Il segnale del cambiamento, è dato proprio dalla partenza di Rosetta, che provoca una mezza sommossa, ma che infine viene metabolizzato dalla tifoseria. Pur perdendo colpi, la pro Vercelli riesce a rimanere su livelli di assoluta dignità, trasformandosi in una fucina di campioni che prendono spesso altre destinazioni. Basti pensare a Cavanna, ottimo portiere che si trasferirà poi all'ombra del Vesuvio, a Ferraris II, che diverrà poi una colonna del Grande Torino, al mediano Depetrini, che indosserà la casacca della Juventus per molti anni, ma soprattutto al grandissimo Silvio Piola che, esploso all'inizio degli anni '30, si troverà ben presto al centro di un intrigo che lo porterà alla squadra con le maggiori aderenze nel Regime fascista, la Lazio di Gualdi, che grazie alle manovre del tesoriere del PNF, Marinelli, se ne aggiudica le prestazioni. Il vercellese, diventerà uno dei migliori prodotti mai espressi dal calcio italiano, tanto da divenire una colonna della Nazionale di Vittorio Pozzo. E proprio la partenza di Piola in direzione Roma, sponda biancoceleste, può essere considerata l'inizio della fine della favola dei bianchi. Nel 1933-34 arriva la caduta in serie B, ove la Pro Vercelli rimane sino al 1941, premurandosi di dare al calcio italiano un ultimo, grandissimo prodotto, quell'Eusebio Castigliano che avrebbe formato con Loik e Mazzola il più straordinario reparto centrale che si sia mai visto sui nostri campi. Nell'immediato dopoguerra, la Pro Vercelli sembra sul punto di ritornare agli antichi splendori, tanto che nel 1945-46 perde il diritto a disputare la serie A solo alle ultime giornate, quando viene sorpassata dall'Alessandria. E' però soltanto un fuoco di paglia, poiché i problemi finanziari che stanno strangolando molte delle squadre che avevano fatto la storia del nostro calcio d'epoca, si riverberano in maniera pesantissima anche sulla Pro Vercelli. Che da questo momento lascia il calcio d'eccellenza, stavolta in maniera pressoché definitiva.